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Giugliano Scuola d'Impresa
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Pubblicato il 7 novembre 2014

L’idea di lanciare un corso di impresa a Giugliano nasce dalla consapevolezza che nell’attuale situazione di crisi economica e sociale in cui si trova il nostro paese la risposta migliore è creare lavoro puntando sull’imprenditorialità e, quindi, sulla rottura dei due meccanismi economici ricorrenti legati all’assistenzialismo e alla rendita e facendo leva sulle opportunità del momento.

L’idea è fissata nell’ultimo libro di Luca Meldolesi “Creare lavoro” (Rubettino editore, dicembre 2014) nel capitolo dal titolo “Risveglio della piccola imprenditoria meridionale”.

(…) Si tratta di un’altra forma di emersione. (…) E’ quella consentita da un balzo culturale e comportamentale che si riconosce nel solco produttivo delle tradizioni contadine e artigiane meridionali; ma che, nello stesso tempo, migliora significativamente le performance aziendali e permette, in tal modo, di accedere alla legalità, al credito, all’innovazione, all’internazionalizzazione, avviando così un circolo virtuoso”.

Perché a Giugliano?

Perché proprio qui, nel paesone più grande d’Italia, in una delle province più degradate del Mezzogiorno, esiste uno scarto “esagerato” tra occupazione reale, desiderata e potenziale. Uno scarto, questa è una nostra precisa ipotesi di politica economica, che ci permette di immaginare il giuglianese come una delle aree più pronte ad esplodere di imprenditorialità se opportunamente sollecitata e guidata.

Ecco alcuni numeri essenziali, puramente indicativi.

L’area giuglianese è situata a nord-ovest di Napoli e fa parte della corona di comuni un tempo riferita ai casali di Napoli oggi conosciuta come l’hinterland napoletano. I comuni sono Calvizzano, Giugliano, Marano, Mugnano, Qualiano e Villaricca per un totale di 283.458 abitanti a gennaio 2014. Di questi, 43.700 sono giovani di età compresa tra 25 e 35 anni (il 15% del totale rispetto al 13% di media nazionale).

Il tasso di occupazione “dichiarato” (calcolato sui dati Istat del censimento 2011 e riferito alla popolazione di 15 anni e più) è pari al 32,6% rispetto al dato medio nazionale del 45,1%. Il rapporto tra addetti delle imprese e popolazione è pari al 10% rispetto al 29% di media nazionale (Istat, censimento 2011). Il tasso di imprenditorialità (misurato come rapporto tra imprese e popolazione) è pari al 4,7% rispetto al 7,8% di media nazionale (Istat, censimento 2011). Le imprese con 3-9 addetti sono 1.722, quelle con 10-49 addetti sono 403, le altre, quelle medio-grandi sono 28 e quelle piccolissime (0-2 addetti) sono 10.186.

Il tessuto imprenditoriale esistente ha un carattere prevalentemente artigianale e commerciale. I servizi sono di tipo tradizionale dal momento che la maggior parte delle attività ad alto valore aggiunto sono attratte dal capoluogo che dista circa 20 km (40 minuti in auto e 120 minuti in autobus/metro). L’economia è sopraffatta dalla crisi delle produzioni agricole e, soprattutto, del settore delle costruzioni che ha trainato il boom economico locale degli ultimi due decenni.

L’esperienza sul campo, acquisita in particolare nell’ultimo decennio, ci porta a descrivere sommariamente il tessuto produttivo locale come operante per un mercato prevalentemente locale, con una gestione a carattere fortemente familiare e perciò priva di strumenti e conoscenze manageriali, con investimenti provenienti essenzialmente dall’autofinanziamento, con strategie a carattere difensivo, con poca innovazione, scarse relazioni tra imprese, forte inquinamento criminale e dipendenza dalla politica e dalle inefficienze delle pubbliche amministrazioni.

Esiste una zona industriale di piccole dimensioni (circa 40 aziende per 1500 addetti) nella quale operano le principali industrie dell’area. Numerose altre zone produttive a carattere artigianale sono diffuse nel resto dell’area che soffre di un elevato congestionamento urbanistico e di un forte inquinamento ambientale unito ad un insopportabile degrado sociale.

Esiste, dunque, una vasta riserva di forza lavoro, soprattutto giovanile, pronta all’uso, ed esiste una buona diffusione di microimprese fortemente interessate a riorganizzarsi per restare sul mercato.

Il rischio è che l’imprenditoria esistente venga sopraffatta dalla crisi già imperante da anni nelle imprese agricole che spinge le famiglie a investire sulla formazione dei figli verso professioni “più sicure” e, quindi, non imprenditoriali, come il lavoro pubblico o le libere professioni, oltre, naturalmente, ai rischi legati alle migrazioni. Di fatto, questo rischio appare oggi notevolmente mitigato dagli effetti fortemente disillusivi della crisi verso le aspettative del lavoro pubblico e/o professionale. Ed è, appunto, qui che si cela, questa è la nostra ipotesi di fondo, la principale opportunità per il territorio.

Siamo convinti, infatti, che di fronte all’opzione uscita/voce, meccanismo fortemente in pressione al momento nella Terra dei Fuochi, e di fronte alla netta prevalenza della voce, chi resta e riesce a dimostrare la forza dell’imprenditorialità, può avere una forza dirompente.

Le principali leve di cambiamento attivabili sono l’innovazione, la fiducia e una formazione aziendale fortemente innovativa condotta da esperti aziendali, molto pratica, senza contenuti nozionali, accompagnata da tutoraggio e affiancamento in azienda.

Tommaso Di Nardo – Associazione Economia e Sviluppo